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Donald Trump

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Trump epuratore, le istituzioni culturali sotto shock non reagiscono

La recente chiusura del Dipartimento dell’Istruzione e la vasta campagna di epurazione dei programmi mirati alla diversità, equità e inclusione e contro la «cultura woke» sono solo alcuni dei progetti che attaccano il mondo della cultura e delle arti

Maurita Cardone

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Il 20 marzo il presidente Donald Trump ha firmato un memorandum che dà disposizione al Segretario dell’Istruzione, Linda McMahon, di «adottare tutte le misure necessarie per facilitare la chiusura del Dipartimento dell’Istruzione». Già da settimane l’amministrazione aveva iniziato a tagliare il personale del dipartimento, nell’ambito dell’attività del Doge (Department of Government Efficiency), la controversa agenzia istituita dal presidente per aumentare l’efficienza del Governo e guidata dal multimiliardario Elon Musk. Al momento in cui scriviamo, i dipendenti del Dipartimento dell’Istruzione sono 2.183 ma erano 4.133 al momento dell’insediamento di Trump. Il Dipartimento dell’Istruzione è l’ultima vittima di un’ondata di licenziamenti in diverse agenzie federali. Ci si aspetta che a subire l’impatto dei tagli saranno specifici ambiti dell’istruzione pubblica: è già stata gravemente colpita, ad esempio, l’istruzione sui diritti civili, con uffici regionali che ora operano a personale ridotto o che sono stati chiusi. È un altro pezzo di una campagna di epurazione dei programmi mirati alla diversità, equità e inclusione (Dei) e di quelli che l’amministrazione reputa argomenti «woke». Nel frattempo, la Columbia University si è vista cancellare 400 milioni di dollari di finanziamenti e 60 Università in tutto il Paese sono state avvertite di potenziali azioni nei loro confronti per presunte violazioni di leggi federali contro la discriminazione antisemita in relazione alle proteste contro la guerra israelo-palestinese. Uno studente siriano-palestinese della Columbia University è stato arrestato e ora rischia di essere deportato, nonostante sia provvisto di un regolare visto, per il suo supporto alla causa palestinese.

Gli effetti di purghe e censura sono evidenti anche sulla stampa. Già a febbraio Trump aveva bandito a tempo indeterminato dalla Casa Bianca i giornalisti dell’Associated Press perché l’agenzia non aveva adottato la dicitura «Golfo d’America» a seguito del cambio di nome deciso dal presidente per il Golfo del Messico. Trump ha poi firmato un ordine volto a smantellare la US Agency for Global Media e il Governo ha già tagliato i fondi a diversi media che operavano con il supporto federale. Tra questi, Radio Free Europe, una piattaforma nata durante la Guerra Fredda, che per decenni è stata un punto di riferimento per le voci democratiche in Est Europa e nell’ex Unione Sovietica. A seguito di questi tagli, una coalizione di organizzazioni per la libertà di stampa, tra cui Reporter Senza Frontiere, ha diffuso una petizione per chiedere al Governo degli Stati Uniti di confermare il suo sostegno ai media liberi e indipendenti. 

Una società che, per quanto imperfetta, era stata finora caratterizzata da un sacro rispetto per la libertà di espressione, suggellata nel primo emendamento alla costituzione, oggi è spaventata. Gli articoli di giornale su questi temi sono pieni di dichiarazioni fatte sotto garanzia di anonimato, mentre sono già salite sul carro del vincitore le aziende che controllano i principali social media. Le istituzioni culturali restano silenti e, già in questa prima parte dell’anno, alcune ricorrenze culturali dal forte valore sociale, come il Black History Month (febbraio) e il Women’s History Month (marzo), si sono celebrate in sordina

Il settore culturale sembra sotto shock e finora non è sembrato capace di organizzarsi per reagire alle aggressioni. La storia del collezionismo e delle pratiche museali negli Usa mette parzialmente al riparo queste istituzioni da tagli diretti, poiché la stragrande maggioranza dei musei è gestita da fondazioni private. Tuttavia, il Governo controlla direttamente alcune autorevoli istituzioni culturali, cui è affidata la memoria di porzioni importanti di storia americana. Al momento il loro futuro appare incerto. 

Abbiamo provato a raggiungerne qualcuna per avere un commento, ottenendo cordiali dinieghi che raccontano un clima di ansia e timore. Inoltre, come già riportato da «The Washington Post», il Governo è direttamente proprietario di numerose opere d’arte che i tagli al personale stanno già mettendo a rischio. L’amministrazione ha chiuso cinque uffici regionali e messo in congedo oltre metà dei dipendenti della General Services Administration che si occupa, tra l’altro, della conservazione e manutenzione di oltre 26mila opere, tra cui dipinti e sculture di artisti rinomati degli ultimi 150 anni, di proprietà del Governo degli Stati Uniti e ospitate in edifici federali di tutto il Paese.

Infine, molte istituzioni private beneficiano anche di «grant» pubblici e, se è presto per dire se la motosega esibita da Elon Musk e la suscettibilità di Donald Trump colpiranno anche le istituzioni culturali e i musei non graditi alla nuova leadership, si temono possibili rappresaglie nei confronti di un panorama culturale considerato largamente ostile al presidente. A preoccupare, tuttavia, non sono solo i tagli finanziari, gli ordini esecutivi e le leggi, ma un clima culturale in cui il dissenso non è ammesso e in cui ogni espressione culturale mirata a creare un discorso più inclusivo è vista come propaganda, mentre l’estetica della leadership si tinge di totalitarismo, come ben esemplificato dal recente ordine esecutivo del presidente per un’architettura «regionale, tradizionale e classica».

Maurita Cardone, 02 aprile 2025 | © Riproduzione riservata

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