Image

Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine

Image

«Make America Great Again» (2016) di Spider Martin e For Freedoms, Pearl, Mississippi

Foto Wyatt Gallery

Image

«Make America Great Again» (2016) di Spider Martin e For Freedoms, Pearl, Mississippi

Foto Wyatt Gallery

L’arte pubblica contro censura e disuguaglianze: l’esempio di For Freedoms

«Dove andiamo ora?» è la domanda guida del collettivo che da quasi dieci anni promuove negli Stati Uniti il ruolo politico dell’arte attraverso l’appropriazione dei cartelloni pubblicitari 

Rica Cerbarano

Leggi i suoi articoli

Fine gennaio, Alabama, Stati Uniti. Il sindaco di Montgomery chiede la rimozione di un’affissione pubblica piuttosto inusuale: non si tratta di una pubblicità, ma di un’opera d’arte. Il cartellone riporta lo slogan della campagna di Trump «Make America Great Again» sovrapposto a una fotografia del tristemente noto «Bloody Sunday», un episodio chiave del movimento per i diritti civili degli afroamericani negli Stati Uniti. Dietro questa immagine dalla natura «politicizzata», come la definisce il sindaco Steven Reed sul suo account X, c’è il collettivo artistico For Freedoms, fondato da Hank Willis Thomas, Eric Gottesman, Michelle Woo e Wyatt Gallery nel 2016. Alla vigilia delle elezioni del primo mandato di Trump, questa coalizione di artisti si chiede se sia davvero possibile fare arte «politicamente» nel senso più democratico del termine, ovvero partecipando alla vita pubblica in maniera attiva. For Freedoms acquista spazi di affissione in dodici Stati, esponendovi i lavori di alcuni artisti invitati a creare messaggi con un forte carattere sociale. L’idea alla base dell’azione collaborativa è appropriarsi non solo di quello che convenzionalmente è uno spazio pubblicitario, ma anche degli strumenti della politica, prendendone in prestito i canali di comunicazione e propaganda e dimostrando così che l’arte può e deve avere un impatto civico. Quasi dieci anni dopo, For Freedoms è un progetto riconosciuto a livello internazionale, che ad oggi ha realizzato più di 750 «attivazioni», tra cui installazioni d’arte pubblica, campagne di affissioni, mostre ed eventi che affrontano temi come l’immigrazione, la giustizia razziale, la crisi ambientale, le discriminazioni di genere e, più in generale, la disuguaglianza sistemica e la libertà d’espressione. L’obiettivo dichiarato è «ampliare il concetto di partecipazione alla democrazia e avviare una conversazione più ampia sul ruolo dell’arte nella politica locale, nazionale e globale». Oltre 1000 gli artisti coinvolti, tra cui figurano nomi come Ai Weiwei, Carrie Mae Weems, Mickalene Thomas, Alec Soth, Trevor Paglen, Xaviera Simmons, e molti altri.

 

 

 

«The American Way» (2018) di Eric Gottesman, Montgomery, Alabama. Parte della campagna «50 State Initiative». Fotografia Rob Pepple. Cortesia di For Freedoms e Phaidon

Un libro edito da Phaidon nel 2024, dal titolo Where Do We Go From Here?, ne ripercorre la genesi e lo sviluppo, presentando i billboard più emblematici, quelli più discussi, e addirittura quelli che non hanno mai visto la luce, con un’attenzione non scontata al tema della censura. Il cartellone rimosso in Alabama qualche giorno fa non è infatti un caso isolato. La stessa immagine aveva fatto scalpore già nel 2016, quando fu installato (e poi rimosso) a Pearl, in Mississippi. Sono tanti i casi in cui le opere (perché di questo si tratta) hanno subito addirittura una censura preventiva, venendo rifiutate dalle aziende che detengono la proprietà degli spazi di affissione. «È affascinante vedere quali progetti vengono rifiutati, perché non sempre sono quelli che pensiamo siano a rischio al momento della presentazione, spiega Taylor Brock, Associate Director di For Freedoms, nella pubblicazione. Spesso sono i lavori più astratti, perché le aziende produttrici dei cartelloni pubblicitari temono che nell’astrazione si nascondano messaggi sovversivi. Anche i lavori che contengono riferimenti alla politica contemporanea, alla diversità razziale e di genere o al cristianesimo tendono a essere rifiutati, soprattutto nel Sud. In generale, la posizione geografica influisce molto su ciò che è consentito».

 

 

 

La copertina di «For Freedoms: Where Do We Go From Here?», di Hank Willis Thomas, Eric Gottesman, Michelle Woo, Wyatt Gallery and Taylor Brock (Phaidon, 2024)

A proposito di posizione geografica, il collettivo ha lavorato su vasta scala in tutti gli Stati Uniti. Uno delle loro campagne principali è  «50 State Initiative», definita dal Time «la più grande collaborazione creativa nella storia degli Stati Uniti». Nel 2018, sotto la guida di Hank Willis Thomas ed Eric Gottesman, For Freedoms e più di 2mila sostenitori di Kickstarter hanno collaborato per realizzare installazioni artistiche lungo alcune delle strade più trafficate degli Stati Uniti, di Porto Rico e di Washington D.C., coprendo l’intero paese, da una costa all’altra. Inoltre, hanno organizzato assemblee cittadine e mostre guidate da artisti, con l’obiettivo di ampliare l’impegno civico ispirandosi alle «Quattro libertà» di Franklin D. Roosevelt, a cui fa riferimento il nome del collettivo: Libertà di parola, Libertà di culto, Libertà dal bisogno e Libertà dalla paura. «Più di 220 istituzioni e musei hanno aderito alla campagna, dimostrando che gli spazi artistici sono spazi civici e possono fungere da modelli per una partecipazione democratica creativa» si legge nella descrizione dell’iniziativa.

 

 

 

«Human Being» (2018) di Jamila el Sahili, Lansing, Michigan. Parte della campagna «50 State Initiative». Fotografia Jeremy Rafter. Cortesia di For Freedoms e Phaidon

Quello di For Freedoms è un progetto unico nel suo genere, che però si inserisce in un filone artistico di lunga data, ma spesso sottovalutato: l’uso del cartellone pubblicitario come display espositivo trova i suoi precursori in artisti come Joseph Kosuth, Barbara Kruger, Felix Gonzáles-Torres, Alfredo Jaar, figure che hanno presto intuito il potenziale della cooptazione degli manifesti d’affissione per l’inclusione del discorso artistico nello spazio pubblico. Al di là delle differenze di approcci, l’intento è sempre la democratizzazione dell’arte intesa come riflessione sulla complessità dell’esistenza umana. L’appropriazione dei billboard a fini artistici permette di sensibilizzare il grande pubblico verso tematiche sociali e spingere così ad analizzare criticamente la contemporaneità. È un gesto contro la semplificazione, l’omologazione e l’appiattimento culturale che oggi, più che mai, rappresentano una minaccia reale. I cartelloni pubblicitari sono spazi di contemplazione facilmente accessibili a tutti, che permettono di raggiungere una vastità e una diversità di persone altrimenti impensabile attraverso il canale istituzionale dei musei e degli eventi espositivi tradizionali. Riferendosi alla loro natura eminentemente «di passaggio», in quanto vengono installati soprattutto in corrispondenza di zone ad alto traffico automobilistico, Eric Gottesman afferma: «I billboard ci guidano verso una destinazione in costante evoluzione e, con ciò, verso una domanda che continua a essere rilevante ogni volta che la poniamo: Dove andiamo ora?»

 

«Words Shape Reality» (2028) di Christine Sun Kim, Jefferson City, Missouri. Parte della campagna «50 State Initiative». Fotografia Notley Hawkins. Cortesia di For Freedoms e Phaidon

A poche settimane dalla nuova amministrazione Trump e in una situazione geopolitica globale preoccupante, la domanda guida di For Freedoms sembra più urgente che mai: qual è il prossimo passo? Che cosa succede ora? Insomma, dove stiamo andando? La risposta, purtroppo, non è quasi mai nelle nostre mani. Ma finché progetti come For Freedoms esisteranno e ci sarà qualcuno che continuerà a porre domande aperte, che non necessitano per forza di risposte univoche, allora l’arte sarà un ponte reale verso il cambiamento. Altrimenti, si tratta solo di un vizio che non tutti possono permettersi.

Rica Cerbarano, 07 marzo 2025 | © Riproduzione riservata

Altri articoli dell'autore

Musei d’avanguardia, festival innovativi e talenti emergenti: ecco spiegato il ruolo centrale della scena elvetica dedicata all’ottava arte

Il fotografo colombiano, residente a Parigi, nel suo nuovo libro Bravo indaga la tensione tra corpi e ambiente in un luogo di migrazione

La tecnica del fotomontaggio, figlia del Cubismo, è agli occhi degli artisti millennial uno strumento creativo per ridefinire la contemporaneità e costruire visioni alternative e multifocali, eterogenee

I «taglia e cuci» dell’artista norvegese-nigeriana provengono da archivi coloniali, internet (eBay, Tumblr, Instagram) e riviste ed esprimono potenza estetica, questioni politico-sociali e la propria esperienza autobiografica

L’arte pubblica contro censura e disuguaglianze: l’esempio di For Freedoms | Rica Cerbarano

L’arte pubblica contro censura e disuguaglianze: l’esempio di For Freedoms | Rica Cerbarano