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La prima coppa Kiddush conosciuta

Courtesy Sotheby’s

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La prima coppa Kiddush conosciuta

Courtesy Sotheby’s

La Coppa della Gioia: un raro intreccio di fede, arte e migrazione

Testimonianza straordinariamente rara dell’esistenza e dell’importanza delle comunità ebraiche nell'Asia centrale nel Medioevo sarà all’asta da Sotheby’s a Londra il prossimo ottobre

Nel cuore della Via della Seta, tra le sabbie della regione del Khorasan e i minareti d’Oriente, si cela una delle più sorprendenti testimonianze della presenza ebraica medievale in Asia centrale: la Coppa della Gioia, la più antica coppa Kiddush conosciuta al mondo. Straordinariamente ben conservata e carica di significati plurimi, quest’opera non è soltanto un oggetto rituale, ma una sintesi poetica di culture che si sfiorano, si osservano e si influenzano.

Realizzata in argento tra l’XI e il XII secolo, la coppa porta due iscrizioni che parlano due lingue diverse, eppure in armonia: l’ebraico e l’arabo. Un dialogo inciso nel metallo, che ci restituisce l'immagine di un’epoca in cui le comunità ebraiche e musulmane convivevano, scambiandosi stili, simboli e sensibilità. È raro trovare oggetti che incarnino con tale chiarezza un linguaggio estetico condiviso, frutto di quella che oggi chiameremmo «contaminazione culturale», ma che allora era semplicemente il quotidiano vivere insieme.

L’iscrizione ebraica ci rivela il nome del primo proprietario, Simcha figlio di Salman (Simcha, gioia), un nome che risuona due volte sul calice, e che il maestro argentiere ha voluto riecheggiare duplicando la parola araba surur, anche essa «gioia», nella dedica beneaugurante. Un gesto simbolico? Un omaggio linguistico? O forse raffinata ironia visiva che solo un orefice consapevole avrebbe potuto concepire?

Questa coppa è più di un manufatto; è un ponte. Un ponte tra religione e arte, tra Oriente e Occidente, tra un passato sepolto e la nostra contemporaneità in cerca di radici. Il suo design sobrio, ma nobile, è affine a quello di un ristretto gruppo di oggetti in argento provenienti dalla stessa Regione, oggi quasi del tutto scomparsi a causa di invasioni, saccheggi o rifusioni del metallo. Solo il celebre tesoro di Harari, oggi a Gerusalemme, si avvicina per qualità e datazione.

Mai esposta prima d’ora, la «Coppa della Gioia» verrà finalmente svelata al pubblico nell’ambito della Islamic, Orientalist & Middle Eastern Art Week di Sotheby’s a Londra questo aprile, prima di approdare all’asta di New York di Sotheby’s il prossimo 29 ottobre con una stima di 3-5 milioni di dollari. E non è un caso che questa rivelazione avvenga alla vigilia di Pesach, la Pasqua ebraica: la festa in cui la coppa Kiddush assume un ruolo simbolico fondamentale, come contenitore del vino che benedice il Seder e con esso il legame tra memoria e identità. Attraverso quest’opera, è dato non solo osservare il passato, ma «ascoltarlo». In un tempo che spesso dimentica, la Coppa della Gioia ricorda infatti che l’arte può essere custode di storie invisibili e che un oggetto tanto minuto può contenere l’eco di un intero mondo.

 

 

 

Redazione, 04 aprile 2025 | © Riproduzione riservata

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