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Elena Bonanno di Linguaglossa

© Adriano Mura. Courtesy Thaddaeus Ropac gallery

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Elena Bonanno di Linguaglossa

© Adriano Mura. Courtesy Thaddaeus Ropac gallery

Bonanno di Linguaglossa: «Avere Thaddaeus Ropac a Milano è ottimo»

L’amministratrice delegata della futura sede meneghina racconta il capoluogo con gli occhi di un cervello di rientro: «Noi, come galleria, siamo sempre stati attivi in Italia perché abbiamo molti legami con i musei, e la città sta diventando hub europeo»

Michela Moro

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Una solida carriera all’insegna della riservatezza, Elena Bonanno di Linguaglossa è il nuovo amministratore delegato della galleria Thaddaeus Ropac, che aprirà nel milanese Palazzo Belgioioso il prossimo autunno. È un’apertura molto attesa, per il prestigio internazionale della galleria che aggiunge la città alle sedi di Salisburgo, Londra, Parigi e Seul, ed Elena Bonanno corrisponde perfettamente al profilo della galleria: internazionale ed europea. Padre siciliano, madre belga, cresciuta a Roma, scuole francesi e laurea in giurisprudenza alla Luiss Guido Carli, ormai con venticinque anni di esperienza nel campo dell’arte moderna e contemporanea, ha lavorato per gallerie quali Albion, Haunch of Venison, Blain Southern, Lévy Gorvy Dayan, e ha una specifica competenza nell’arte italiana e americana e nella cura dei progetti museali per gli artisti. 

Come ha scelto Milano? 
Sono partita a Londra nel 2005, poi ho sposato un austriaco, il padre di mia figlia, e ho vissuto a Vienna. Sono ritornata a Londra e nel 2020, durante il Covid, sono venuta a Milano e sono rimasta. Mi sono innamorata della città, non volevo più cambiare, Milano mi ricorda Londra e Vienna, le mie città del cuore, Londra perché ha quel dinamismo e quell’essere internazionale guardando il futuro. Sono cresciuta a Roma, che è l’esatto opposto, si rimane sempre un po’ nella gloria del passato. Milano è sempre stata proiettata verso il futuro, penso all’avanguardia artistica, al design; Milano è una di queste città più piccole, anche a livello di topografia, così circolare, simile a Vienna. Dunque, sono rimasta, lavorando per una grande galleria americana, Lévy Gorvy Dayan, occupandomi come sempre del settore italiano. Dal 2004-05 non avevo più abitato in Italia e non volevo tornare a Roma. Sono una donna curiosa e voglio sempre andare avanti. 

Com’è stato l’incontro con Thaddaeus Ropac e la galleria? 
Con Thaddaeus Ropac ci conosciamo da moltissimo tempo, avevamo sempre voluto fare qualcosa, ma non c’era mai stata l’occasione. Lui si ritiene un gallerista europeo, è la sua identità. Vive a Parigi, ma ovviamente Salisburgo è il suo quartier generale e passa molto tempo là; tra l’altro l’estate è il momento quasi più attivo per la sua galleria, quando per tutte le altre è un tempo morto, agosto con il Festival della musica e il resto è un momento molto internazionale. E Milano è la città europea per eccellenza in questo momento. 

Che cosa significa oggi aprire una galleria nuova internazionale a Milano? Che possibilità ci sono oggi qui per una galleria come Ropac? 
L’Italia è sempre stato il sogno di tutti gli artisti, nella storia. Il fulcro di dove vogliono arrivare gli artisti. Noi, come galleria Ropac, siamo sempre stati molto attivi in Italia a livello istituzionale perché abbiamo molti legami con i musei, e Milano in particolare sta diventando un hub europeo. Molti stranieri si stanno spostando qui, vengono per il Paese, come gli artisti. Noi abbiamo degli artisti importanti e vogliamo offrigli un’altra piattaforma. Inoltre, Milano dà talmente tanto, è centrale a livello logistico e ha una storia nel nostro mondo dell’arte contemporanea. È sempre stata una città all’avanguardia, dunque Milano era la scelta più naturale. 

Che cos’ha Milano di diverso? Ad esempio, rispetto a una città come Londra come vede la scena artistica milanese? 
È il motivo per il quale io sono venuta qua, è perché ti senti parte del gioco. Milano ti permette di avere un ruolo per il futuro, è dinamica, è una città che lavora, è una città dove chiunque è curioso dell’avvenire, è una città che dà opportunità. È aperta, l’ho visto da quando è diventata pubblica la notizia dell’apertura della galleria, tutti sono entusiasti, anche nel nostro settore, gli altri galleristi, i professionisti, i direttori di musei sono contenti. Ovviamente ci sono state in passato altre gallerie, ma poter avere Thaddaeus Ropac che, come dicevamo, è un gallerista europeo, è ottimo. A me ricorda quel buzz di Londra degli anni 1990-2000, quell’entusiasmo, quella voglia di creare che aveva Londra. Credo sia una piattaforma che ispiri gli artisti. Milano e quello che sta intorno, ovunque tu vada, ci sono delle realtà che possono essere buone opportunità per l’occhio dell’artista, per dargli la possibilità di creare. 

Ci sono degli artisti della galleria che conoscono già Milano meglio di altri? 
David Salle, ad esempio, la settimana scorsa ricordava quando lavorava con Claudia Gianferrari, Sean Scully ha lavorato ed esposto molto in Italia; adesso abbiamo Rauschenberg che ha avuto dei grossi legami con l’Italia (una mostra a lui dedicata è ora al Museo del Novecento qui a Milano), Baselitz vive parte dell’anno in Liguria. Tra l’altro David Salle adesso sta facendo dei lavori stupendi, e a Londra il 9 aprile inauguriamo la sua mostra. È una persona squisita, molto integra. Questo è anche il bello di Thaddaeus, gli artisti che lavorano con lui sono molto integri. Sono artisti seri, anche se è una parola che non si usa più tanto, concentrati sul loro lavoro, non sono degli artisti mondani, e guardano molto al contenuto, tengono al loro percorso artistico più che alla loro vita mondana. 

Chi sono gli artisti con i quali ha già lavorato di più? 
Sono molti, ma penso a Sean Scully, grande amico, Adrian Ghenie, Lawrence Wiener, Ali Banisadr, Anselm Kiefer, solo per citarne alcuni. 

Come vede oggi la scena dell’arte milanese? 
Io la vedo, come tutta Milano, in fervore. Purtroppo vedo solo positività, forse perché con questo arrivo straniero vedo entusiasmo e un grande sostegno. Tornando a Londra, essendo una città molto più grande, hai molta più difficoltà a entrare nel tessuto sociale, mentre Milano ti accoglie. Questa è stata la mia esperienza, dalle istituzioni alla politica milanese in giù. 

Al netto del vostro collezionismo iperinternazionale, com’è il collezionismo italiano che lei conosce da sempre? È cambiato nel tempo? 
Il collezionismo italiano è un collezionismo serio, di ricerca, all’avanguardia, cercano sempre la novità, però con le basi, è un collezionismo pensato. Non è cambiato, non è come il collezionismo asiatico dove tu hai veramente dei giovani, giovanissimi, che collezionano ad altissimo livello. Il collezionismo italiano spesso passa di generazione in generazione e dunque è un collezionismo più maturo, con una ricerca più matura rispetto al collezionismo asiatico che è più impulsivo. 

Con chi aprirete la sede di Palazzo Belgioioso? 
Sarà qualcosa di importante e istituzionale. Non dico un omaggio, ma un ringraziamento alla città. Dopodiché ricominceremo con mostre più all’avanguardia, ma in un secondo momento. 

Come rientra Miart nel vostro panorama? 
Io sono sempre stata un’entusiasta di Miart, purtroppo non riusciamo ad aprire perché abbiamo i lavori di ristrutturazione in corso; quindi, siamo a Miart in modo indiretto con Rauschenberg. Però è una bellissima realtà, che con le nuove dinamiche geopolitiche avrà sempre più soddisfazioni. 

Da gallerista ad amministratore delegato: che cosa cambia per lei? 
È un altro ruolo, più istituzionale, ma sicuramente seguirò i miei soliti cinque, sei artisti che seguo da vicino e che sono in collezioni a cui tengo particolarmente. 

Michela Moro, 02 aprile 2025 | © Riproduzione riservata

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