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Annette Frick, «Cosmic Elements», 2002 (particolare)

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Annette Frick, «Cosmic Elements», 2002 (particolare)

Annette Frick: «La fotografia per me è un mezzo di sopravvivenza»

Alla galleria berlinese ChertLüdde, la fotografa tedesca parla dell’origine della vita attraverso pellicole esposte direttamente alla luce del sole

In occasione del Mese della Fotografia Europea 2025, la galleria berlinese ChertLüdde presenta «Secret Secretions», una raccolta di opere dell’artista tedesca Annette Frick dei primi anni 2000. Conosciuta per i ritratti e le fotografie delle comunità queer e punk di Berlino, con «Secret Secretions» Frick (classe 1957) abbandona la macchina fotografica, esponendo direttamente le pellicole alla luce per rappresentare i «semi della vita»: nelle sue immagini, infatti, semi e piante si uniscono a sperma per creare delle composizione eteree e femministe. 

In occasione della mostra, che sarà aperta al pubblico fino al 12 aprile, abbiamo parlato con Frick del progetto, della sua esperienza con la fotografia e del ruolo dell’artista. 

Può parlarmi del suo rapporto con la fotografia? Come mai l’ha scelta come mezzo per esprimersi?
La fotografia per me è un mezzo di sopravvivenza. Quando ero giovane, ho avuto una storia d’amore e quando è finita ero molto depressa, così mia nonna mi ha comprato una macchina fotografica. Avevo sempre desiderato averne una e scattare foto, ma non avevo i soldi e i miei genitori non erano così ricchi. Penso che ognuno debba trovare un mezzo per esprimersi, soprattutto quando si è giovani... Io sono diventata ossessionata dalla fotografia, facevo foto in continuazione. Una delle prime foto che ho scattato è quella di un temporale notturno, con uno stormo nel suo nido e l’illuminazione alle spalle. Mi ha reso molto orgogliosa. Da allora ho continuato a scattare foto con i miei amici e a svilupparle insieme nella camera oscura. Ho finito per studiare fotografia a Colonia, con Arno Jansen e con insegnanti come Daniel Spoerri, uno dei fondatori del Nouveau Réalisme a Parigi. Quest’ultimo, oltre a essere un grande autore, è stato molto importante nell’aiutarmi a definire che cos’è l’arte per me.

Nel corso della sua carriera, si è concentrata su temi come il femminismo, la comunità Lgbtq+, l’identità di genere e il drag, rappresentando coloro che sono al di fuori di ciò che è considerata come la società mainstream. Come ha iniziato e che impatto può avere la fotografia in questo contesto? 
Il ruolo della fotografia è quello di rendere visibile il visibile e visibile l’invisibile. Insegna alle persone a osservare, le commuove e può cambiare la loro visione del mondo. Nel 1985 ho iniziato a organizzare eventi, mostre e serate con film o performance. Una sera, durante un evento, ho incontrato delle drag queen. Ero così affascinata dal loro lavoro, erano povere ma molto intelligenti e molto creative nei loro campi. Ho deciso che, usando i pochi mezzi a mia disposizione, volevo fare delle foto eccitanti, glamorous. È stato il mio punto di partenza, volevo solo scattare loro le migliori foto possibili.

Parlando della sua prossima mostra a Berlino, come è passata dal suo lavoro più tradizionale a un progetto senza macchina fotografica come «Secret Secretions»?
Non sono una concettualista dogmatica e lavoro sempre su progetti diversi contemporaneamente. Verso l’estate del 2002 non avevo soldi per la pellicola o la carta, ma avevo tempo, e ho trovato un rullo di pellicola grafica da 16 mm: ho provato a fare un film nel mio studio, ma la pellicola era a bassa densità e veniva molto sottoesposta, quasi come se fosse trasparente. Ho dovuto quindi cambiare il mio metodo: la mia idea è stata di appoggiare sopra alla pellicola delle piccole capsule di piante, dei piccoli oggetti trasparenti che avevo raccolto in un paesaggio portoghese, applicando una luce diretta molto forte, per poi esporla e svilupparla e infine proiettare il risultato su un grande schermo. Quando ho proiettato il mio film mi sono resa conto che il risultato era molto bello, in un modo che non potevo immaginare prima. E credo che l’arte debba essere questo: trasformare idee e ispirazioni e portarle in una forma artistica. L’arte è una trasformazione e un processo di consapevolezza. 

Com’è nata l’idea di utilizzare lo sperma? 
Mentre proiettavo questi primi frammenti di pellicola, mi è venuta l’idea di provare a fare la stessa cosa con il seme umano. In una giornata estiva di sole, ho seguito la mia ispirazione, mettendo dello sperma sulla pellicola trasparente (i primi risultati furono fallimentari, le pellicole vuote erano appese dappertutto nella mia stanza) e poi di copiarlo usandoli come negativo. Come materiale di supporto utilizzavo pellicole trasparenti o custodie vuote di dvd, insomma tutto ciò che si trovava vicino al mio letto ed era a portata di mano. Ho ricoperto questo materiale trasparente con lo sperma e poi l’ho copiato su strisce di pellicola 16 mm non esposte, utilizzando il processo a contatto, altrimenti l’abrasione avrebbe gommato il proiettore. Questa parte del film non sarebbe stata realizzata senza il sesso e senza la partecipazione del mio compagno... Diciamo che è una sorta di porno astratto, che è poi stato esposto a Parigi al Centre Pompidou.

Quali sono state le sue ispirazioni per il progetto?
Due fonti di ispirazione sono state il film di Man Ray, «Le retour à la raison», in cui l’artista cosparge di sale e pepe diversi oggetti posti su carta fotografica e poi li espone direttamente; e una riproduzione del «Passage fautif» di Marcel Duchamp (dedicato a Maria Martins, amante di Duchamp, realizzato con lo sperma dell’artista). All’inizio non riuscivo a capire cosa fosse, ma quando ho iniziato a sperimentare con il mio progetto mi sono resa conto che sapevo esattamente cosa volesse fare Duchamp: non era solo un processo astratto, ma il risultato di una performance concreta e umana. 

Cosa vorrebbe che il pubblico provasse quando visita la mostra «Secret Secretions»
Le persone dovrebbero semplicemente guardare e cercare di capire. Cercare di capire le basi dell’arte, il materiale che si usa e il mezzo che si usa, ma anche la filosofia del progetto, che ha a che fare con la crescita, le basi della vita nelle piante, le basi della materia, dell’ispirazione e della sessualità nella nostra vita. Il significato è diverso per ogni persona, e in base alla situazione in cui lo guarda.

Come fa un artista a continuare a crescere e a evolversi?
Lavoro sempre a progetti diversi, su argomenti diversi. Ad esempio, dopo aver terminato la pellicola, dopo circa un anno, ho iniziato lo stesso esperimento su carta fotografica. Anche se il materiale di partenza era quasi lo stesso, i risultati sono diversi e sono esposti nella mostra. Poi, molto più tardi, ho scoperto la carta fotografica patinata su due lati e ho ottenuto di nuovo risultati differenti. Credo sia importante che gli artisti non facciano sempre la stessa cosa e non usino solo la testa per illustrare le loro idee, ma anche il corpo e il carattere specifico del materiale. Altrimenti il risultato diventa noioso, sia per l’artista che per il pubblico. Gli artisti dovrebbero essere curiosi e coraggiosi e fare ciò che vogliono, lasciando che il caso giochi un ruolo. Dovrebbero sperimentare e non essere troppo frustrati dal fallimento, lasciando che lo sviluppo e la crescita avvengano lentamente e naturalmente.

Ritratto di Annette Frick durante la produzione di «Cosmic Elements», 2002

Anna Aglietta, 07 marzo 2025 | © Riproduzione riservata

Annette Frick: «La fotografia per me è un mezzo di sopravvivenza» | Anna Aglietta

Annette Frick: «La fotografia per me è un mezzo di sopravvivenza» | Anna Aglietta